Tra l’hamburger e la kotleta

25 Mag 2015

Anya von Bremzen, L’arte della cucina sovietica. Una storia di cibo e nostalgia, ed. orig. 2013, trad. dall’inglese di Duccio Sacchi, pp. 380, € 22, Einaudi, Torino 2014

Cento anni di storia, quindici repubbliche, undici fusi orari, un sesto delle terre emerse, trecento milioni di stomachi e una famiglia. Il cibo, fil rouge attraverso il quale è narrata la storia sovietica, dagli ultimi giorni degli zar alla Mosca di Putin. Ogni decennio un capitolo, ogni capitolo una ricetta in cui si amalgamano sapori, politica, storia, ricordi e profumi. Profuga apolide senza diritto di rimpatrio, l’autrice emigrata in Amerika nel 1974 riassapora la storia del suo paese e della sua famiglia imbandendo davanti ai nostri occhi un lungo banchetto: da un lato della tavola lo zar Nicola II, Lenin, Stalin, Chruščëv, Brežnev, Gorbačëv, Putin e gli uomini pubblici che hanno governato prima l’Impero, poi l’Urss e dopo la Russia, di fronte a loro Maria, Anna, Alla, Liza, Larisa e Anya, ovvero l’autrice e tutte le donne della sua famiglia.
Al centro della tavola succosi manicaretti e pentole vuote, caviale e pane di segale, kulebjaka e tessere annonarie, fame e abbondanza, tutte contrapposizioni sempre innaffiate da fiumi di vodka o champagne Sovetskoe e condite con acuta ironia sovietica. “Può tagliarmi un etto di kolbasa?”, chiede un uomo in un negozio. “Lei me la porti che io gliela taglio”, risponde la commessa. Freddure come questa riassumono alla perfezione lo svolgersi della vita quotidiana a Mosca: lussureggianti esposizioni panrusse ricche di ogni delizia si legano indissolubilmente a cucine collettive e profumati ricordi di cibo solo immaginato, nelle pagine del Libro della buona e sana cucina di Mikojan, “l’ingegnere del palato e della gola del nuovo uomo sovietico”. Questo pesante volume di cucina sopra il quale si sorregge l’immaginario gastronomico sia del nuovo homo sovieticus sia di Larisa, la madre di Anya, è un altro degli emblemi ironici e delle contraddizioni del regime. Frutto dello sbarco nel 1936 del commissario del popolo dell’industria alimentare Anastas Mikojan e di un’intera squadra di buongustai russi a New York il Libro della buona e sana cucina, simbolo del regime e della potente industria alimentare dell’Unione Sovietica, è il risultato di un’attenta osservazione delle abitudini alimentari statunitensi, dalla produzione al consumo, dall’hamburger yankee alla kotleta. La “bibbia culinaria così amata che la gente se lo portava dietro anche mentre fuggiva dallo stato che lo pubblicava” descriveva ricette e fotografava tavole imbandite con argenti e cristalli, mentre l’abbondanza era un miraggio e la penuria degli alimenti di base era la realtà quotidiana. “Arresti mentre si stappano le bottiglie, passaggi dalla felicità all’orrore della camera accanto, paura accompagnata da fuochi d’artificio e grandi festeggiamenti”, forse è per tutte queste incoerenze, in un clima che Kundera definisce di delirio lirico collettivo, che il romanzo è intriso di ironia e toska, un sentimento che non ha traduzione cui l’autrice fa spesso riferimento, descritto da Nabokov come una sensazione di grande angustia spirituale, che a livelli meno morbosi è un sordo dolore dell’anima. Un sottile struggimento per qualcosa che non c’è più perché forse non c’è mai stato. Guerre, carestie, la battaglia di Stalingrado, l’assedio di Leningrado, il pranzo dei tre grandi (Stalin, Roosevelt e Churchill) alla Conferenza di Teheran, le frittelle di bucce di patate, il mercato nero, il “piano della fame” di Göring, la “strategia della terra bruciata” ordinata da Stalin, il banchetto di Jalta: dal cibo degli amati racconti di Čechov, Puškin, Tolstoj e Gogol’ al cibo come problema e strumento di controllo politico e sociale.

“In questo negozio nessuna mercanzia è rincarata; anche perché non ce n’è nessuna”. Iniziando anch’egli con una freddura, Marvin Harris nel saggio Buono da mangiare (Einaudi 2006) analizza l’esplosiva situazione polacca del 1981 e quella che definisce “fame di carne”. La capacità dell’elite di conservare un ricco regime alimentare escludendo il resto della società ha coinciso secondo l’autore con la capacità politica di tenere sotto controllo tutti i subalterni, ma si è contrapposta alla “fame di carne”, capace di scatenare terribili forze distruttive dalle quali scaturiscono liti, guerre e scissioni della comunità.

Ed è proprio questa “fame di carne” a far decidere a Larisa, profondamente antisovietica, di emigrare con la figlia Anya negli Stati Uniti: un bancone quasi vuoto che offre solamente mammelle e carne di balena la convince a fare richiesta per i visti di uscita. Destinazione zagranica, estero. Potranno rimettere piede a Mosca solo all’inizio della primavera del 1987, tredici anni dopo. Negli Stati Uniti riappare anche l’identità ebraica dell’autrice, che se in Urss corrisponde a un’“etnia dichiarata alla quinta voce del passaporto rosso consegnato alla dogana”, negli Stati Uniti è una religione con precetti da conoscere, se non si vuole rischiare di essere denunciati al Jewish Family Service. Emigrazione, straniamento, nostalgia molto forte della sua Rodina, estraneità di fronte agli scaffali pieni dei supermercati e al sapore della maionese Hellmann’s sono tutti elementi che ­contribuiranno a costruire i due universi alimentari paralleli di Anya von Bremzen: da un lato autrice di best seller gastronomici e libri di cucina, giornalista, viaggiatrice e grande gourmande, dall’altro ragazzina sovietica che non può fare a meno di sognare il cibo.

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